Bilal Hassani, la personalità LGBTI più influente del mondo nel 2019, secondo Vanity Fair

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Bilal Hassani, la personalità LGBTI più influente del mondo nel 2019, secondo Vanity Fair

(Blogmensgo, blog gay del 2 aprile 2019) Chi sono le 20 personalità LGBTI più influenti del mondo nel 2019? Il sito web del mensile francese Vanity Fair piazza Bilal Hassani, cantante di 19 anni e futuro rappresentante della Francia all'Eurovision, in testa ad una classifica che riserva qualche sorpresa. Non riveleremo l'elenco completo dei vincitori e ci limiteremo, qui, a qualche riflessione su questa classifica e su molti personaggi che la compongono.

Premio alla prossimità e all'immediatezza

Perché incoronare un giovane poco conosciuto e da soli quattro mesi e quasi sconosciuti fuori dalle frontiere francesi? Prima di svelare alcuni dei nomi proposti da Vanity Fair, conviene studiarne i criteri di classifica.

La cima del dossier online dona un'idea approssimativa del metodo utilizzato. I personaggi sono valutati per «la loro arte, la loro militanza o le loro battaglie politiche» e perché «sono una voce che conta», messa «soprattutto al servizio dei diritti delle minoranze».

Questo esclude immediatamente coloro che restano non dichiarati e che restano murati nel silenzio e nell'inazione. Persone che hanno fatto coming out ma che non aiutano apertamente la comunità LGBT non hanno niente a che vedere con questa classifica. Non è vero, Tim Cook?

Questo esclude anche i personaggi LGBTI che non appartengono all'«attualità» de4lla militanza. Il presente conta più del passato, a costo di sopravvalutare l'avvenimento effimero o aneddotico nei confronti dell'evento storico o fondamentale. L'attualità non deve essere comunque troppo recente; per questo motivo il comportamento esemplare del Primo ministro lussemburghese Xavier Bettel, che ha apertamente evocato la propria omosessualità davanti ai dirigenti della Lega araba, sarebbe senza dubbio finito al primo posto della classifica se il suo discorso di militanza fosse stato pronunciato qualche settimana prima.

L'ultimo vizio riguarda la storia stessa della versione francese di Vanity Fair. Si tratta di una rivista di origine americana, cosa che spiega la centralità franco americana - o meglio franco-anglofona - delle premiazioni LGBT.

Buona diversità delle vittorie, ma con molte dominanze

Loui Sand, un coming out trans nella pallamano svedese

Torniamo alla classifica. Possiamo tranquillamente affermare che il 20° posto ottenuto da Loui Sand risulta più dall'immediata attualità che dall'importanza della pallamano femminile svedese. Attualità con la data del 7 gennaio 2019, giorno in cui la giocatrice svedese Louise Sand ha annunciato la fine della propria carriera e il sentimento di un'identità maschile che la condurrà, al termine del percorso di transizione, a chiamarsi Loui Sand e non più Louise Sand.

Essendo presente nella classifica di Vanity Fair, Loui(se) Sand offre visibilità alle persone nate in un corpo femminile ma che non desideravano altro che un'identità maschile.

Loui(se) Sand su Instagram.

Di fatto, le persone trans compongono un quarto della classifica e Loui Sand è il solo dei cinque personaggi trans ad essere nato in un corpo femminile.

Le altre personalità della classifica sono gay, lesbiche, bisessuali. Da notare la buona rappresentazione del mondo dello spettacolo, con non meno di 12 star: cantanti (come Bilal Hassani) o DJ, attori o attrici, presentatori o presentatrici della TV e, anche, una ballerina.

Jean Wyllys prosegue la battaglia, ma altrove

Altra categoria ben rappresentata, quella dei personaggi politici, con cinque nomi. Tra i quali, la maggior parte erano ancora praticamente sconosciuti un anno fa. L'attualità immediata obbliga il deputato gay brasiliano Jean Wyllys al 3° posto della classifica, dopo che ha lasciato il Parlamento ed è fuggito dal Brasile per timore di un attentato o di persecuzioni omofobe nel suo Paese. Il rappresentante della popolazione LGBT in Parlamento ha stimato che l'elezione di Jair Bolsonaro a capo del Brasile abbia sdoganato la LGBTfobia.

Pete Buttigieg, un gay alla Casa Bianca?

L'ottavo in classifica è sconosciuto in Europa e poco conosciuto nel proprio Paese, gli Stati Uniti. Si tratta di Pete Buttigieg, 37 anni, sindaco dal 2012 di una cittadina di medie proporzioni dell'Indiana, South Bend, e che sta cercando al nomination democratica per le elezioni presidenziali del 2020. Buttigieg, dichiaratamente gay, stima che la propria omosessualità non costituisca né un argomentazione per la campagna elettorale, né un motivo di rigetto della sua candidatura.

Pete Buttigieg offre la sua testimonianza… e il suo programma. ©Liveright

Come ogni ambizioso politico americano che si rispetti, Pete Buttigieg ha appena pubblicato un'autobiografia dai forti toni elettorali; da quel momento, la stampa americana ha iniziato a prenderlo sul serio (ho trovato qualche info in particolare in questo articolo). Nel libro, intitolato Shortest Way Home: One Mayor’s Challenge and a Model for America’s Future (il titolo fa riferimento alla citazione di James Joyce), l'autore non rivela la propria omosessualità che verso la quarantesima pagina. Bisogna attendere il sedicesimo capitolo, nella sesta e penultima parte, perché Buttigieg (si) ponga la questione essenziale: «come conciliare la mia vita professionale col fatto di essere gay?» (how to reconcile my professional life with the fact that I am gay).

Pete Buttigieg è un ex militare di carriera. Ha conosciuto appena l'epoca del tristemente celebre Don’t ask, don’t tell (non chiedere, non dire) nel quale l'esercito americano ha murato il proprio personale LGBT mentre lui era luogotenente dell'US Navy in Afghanistan (parla correntemente l'arabo e il dari). Il divieto ai militari di vivere la propria omosessualità all'aperto è stato abolito, ma Buttigieg non aveva più molto da preoccuparsi, tanto più che oggi è un semplice ufficiale di riserva.

A 33 anni era già diplomato ad Harvard, sapeva «ordinare un sandwich in sette lingue» straniere (oltre all'inglese, l'arabo e il dari, parla correntemente il maltese poiché suo padre era un immigrato maltese, il francese, lo spagnolo, l'italiano e il norvegese) e ha iniziato il suo secondo mandato da sindaco (non riusciamo ad evitare di vedere in lui molti punti in comune con un altro giovane politico gay, Jared Polis, il nuovo governatore del Colorado, che, da parte sua, ha studiato a Princeton). Ma a 33 anni non si era ancora dichiarato e non aveva ancora conosciuto il grande amore. Non gli restava che da ufficializzare la propria omosessualità e da trovare l'uomo della sua vita.

Solamente nel gennaio 2015 (precisiamo che Buttigieg è nato il 19 gennaio), all'età di 33 anni, Pete Buttigieg ha rivelato la propria omosessualità ai genitori… che lo immaginavano da tempo. Poco dopo, ha rivelato la propria omosessualità ai suoi cittadini. Non in sordina, ma sul bollettino municipale. Un bel exploit, se consideriamo che il super omofobo Mike Pence, attuale vice presidente degli Stati Uniti, all'epoca era il governatore dell'Indiana.

Una volta uscito allo scoperto, a Pete Buttigieg non restava che vivere la propria omosessualità alla luce del sole. Su internet ha incontrato Chasten Glezman, prima di sposarlo il 16 giugno 2018.

Quando un afroamericano di nome Barack Obama ha pubblicato la propria autobiografia, nel 1995, nessuno immaginava che sarebbe stato eletto presidente degli Stati Uniti tredici anni più tardi. Quando un gay di nome Pete Buttigieg ha pubblicato la propria autobiografia nel 2019, non è il solo a credere che potrebbe diventare il primo presidente americano apertamente gay.

Bilal Hassani, prima vittoria prima dell'Eurovision

Bilal Hassani rappresenterà la Francia al concorso dell'Eurovision del 2019, dal 14 al 18 maggio prossimi. Il giovane di 19 anni, dichiaratamente omosessuale e queer, ha possibilità di vincere? Se giudichiamo dalla sua voce e dalla canzone che ha scelto, no. Se giudichiamo dalla sua presenza mediatica, la scenografia, la popolarità, la militanza, il testo della canzone e la maniera in cui ha sbaragliato le selezioni francesi, sì. E, nonostante tutti i difetti e le imperfezioni che potremmo trovargli, sarebbe una vittoria magnifica ed ampiamente meritata.

Su Deezer, come dappertutto, Bilal Hassani si prepara per il trionfo. ©deezer.com

Bilal Hassani, è un cantante con la parrucca, fan di Conchita Wurst, che aveva vinto il concorso dell'Eurovision nel 2014, al punto di aver scelto una delle sue canzoni l'anno successivo per partecipare a The Voice Kids. L'adolescente Bilal Hassani non era arrivato alla finale di The Voice Kids, mentre l'adulto Bilal Hassani rappresenterà la Francia alla finale dell'Eurovision.

La voce di Bilal non è quella di Conchita. Canterà una canzone chiamata «Roi» la cui melodia non è niente di eccezionale. E, tuttavia, il video ufficiale mostra una vera e propria potenza scenica…

La versione ufficiosa del video, postata su YouTube da Bilal Hassani, mostra un aspetto meno formale, più personale e più interessante di un giovane autore-compositore-interprete…

Questo video potrebbe tranquillamente intitolarsi «Io, Bilal, la mia vita, la mia opera». Tranne che – a meno di non sbagliarmi – Bilal non propone il proprio personaggio per megalomania, ma per impegno personale. Il testo della canzone lo conferma: è come è (gay), lo è sempre stato, lo sarà sempre, ha molto sofferto per la cattiveria degli omofobi e ne soffrirà ancora a lungo, ma trasforma le avversità in qualcosa di positivo, sa di essere portatore di un messaggio e vuole trasmetterlo.

Bilal Hassani è allo stesso tempo uno showman e un militante. Queste sono le sue armi di seduzione. Certo, Bilal è meno bello di Amir, canta meno bene di Chimène Badi, interpreta una canzone meno perfetta delle altre che erano candidate a rappresentare la Francia all'Eurovision. Ma il senso dello spettacolo e la militanza di Bilal Hassani possiedono due punti di forza che nessun altro concorrente ha ad un livello così alto: da una parte un'assoluta padronanza dei social network e dei loro codici, dall'altra parte orde di fan e di follower pronti ad usare i propri smartphone per far vincere il proprio idolo - e, più in grande, per attaccare gli omofobi.

Bilal Hassani superstar ! ©Technikart

Contrariamente alla maggior parte dei suoi avversari al concorso della selezione nazionale, Bilal Hassani si è comportato come ci si aspettava da qualsiasi star: mobilitando i suoi fan, suscitando la simpatia degli altri influencer (in particolare si Instagram e su YouTube), ma anche moltiplicando le apparizioni sui media - compresi quelli che non hanno l'abitudine di parlare di questo tipo di artisti, come Le Monde o anche Le Figaro.

Meglio ancora, Bilal Hassani ha già programmato - qualunque sia l'sito dell'Eurovision - un tour di spettacoli in tutta la Francia nell'ultimo trimestre del 2019, con una serata nella mitica sala parigina dell'Olympia, il 21 ottobre. E, meglio ancora, ha già iniziato un pre-tour, come preludio a quello che farà… dopo la vittoria all'Eurovision.

E, mentre preparavo e scrivevo questo articolo, il giovane artista ha fatto uscire due nuove canzoni, intitolate «Jaloux» e «Fais beleck» (l'espressione fais beleck significa, in slang, fai attenzione). Il primo titolo punta molto sul testo, mentre il secondo ha un ritmo più «giovane» e contemporaneo. Due singoli prima del grande evento europeo: una ricetta per intrattenere la passione, far aumentare la pressione e capitalizzare la sua simpatia tra il pubblico.

Ecco quindi un giovane artista di cui l'universo musicale e il talento vocale non corrispondono ai miei gusti - che sono, piuttosto, Yma Sumac e Klaus Nomi, Elton John e Ahnoni, o anche Rufus Wainwright e… Patrick Juvet, naturalmente!

Voterò per lui, nonostante i difetti? Risposta: sì, sicuramente. Anche se questo significherà, per la prima volta nella mia vita, votare online. Perché sono persone come Bilal Hassani, Eddy de Pretto (vittima di omofobia) o Aya Nakamura (vittima di razzismo) che, nonostante i propri anni, fanno cambiare le cose.

Questo non vuole togliere niente alle qualità di chi alcuni più grandi di loro di età. Prendiamo, ad esempio, Lara Fabian, 49 anni, ossia tre decenni in più di Bilal Hassani. Oltre vent'anni fa, lei ha fatto uscire una canzone intitolata «La différence». Una hit per la comunità LGBT, cantata da una voce eccezionale ed accompagnata da un meraviglioso video in bianco e nero…

Lara Fabian canta questo inno LGBT ed antirazzista in tutti i propri concerti, senza eccezioni, da quando la canzone è stata pubblicata nel 1996. Compreso in Russia, diverse volte in passato. Il suo ultimo tour in Russia le è costata una «multa enorme» a causa di questa canzone, anche se cantata in francese e non in russo, ma illustrata dalle foto di Olivier Ciappa che mostravano delle coppie LGBT reali o immaginarie. Lara Fabian non intende escludere la Russia dal suo tour internazionale del 2020 e si rifiuta di non eseguire «La différence»… e teme per la sua integrità fisica in Russia dove, nonostante la grande popolarità, ha ricevuto delle minacce più o meno esplicite.

Per coloro che non padroneggiano bene il francese, ecco la canzone con il testo. Si capisce che rischi corra Lara Fabian in Russia…

Anche Lara Fabian ha partecipato ad una finale dell'Eurovision. Ma era il 1988 e rappresentava il Lussemburgo - come, prima di lei, nel 1965, un altro artista molto friendly, France Gall - e non aveva ancora registrato il proprio inno alle differenze.

Non dimentichiamo che la finale dell'Eurovision si svolgerà il 18 maggio 2019. Quindi il giorno successivo alla Giornata internazionale della lotta contro l'omofobia, organizzata ogni anno il 17 maggio. Una vittoria di Bilal Hassani il giorno dopo una giornata così emblematica, non mancherebbe di brio.

Traduzione da un articolo originale di Philca di MensGo.Fr.

Giorgio / MensGo

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